La partecipazione all’Essere e alla beatitudine

in san Massimo il Confessore

 

 

 

Il seguente scritto mostra la debolezza della diffusa opinione secondo la quale i Padri della Chiesa si sarebbero ispirati a dei concetti filosofici pagani per descrivere la relazione tra Dio e il mondo. Leggendo il passo proposto si noterà:

1.      l’enorme differenza esistente tra le emanazioni plotiniane e le energie-attività-operazioni divine irradiate nel cosmo, realtà queste ultime ribadite dai Padri più antichi;

2.      come l’autore dichiari che è piuttosto Plotino ad avere, probabilmente, “copiato” dai cristiani non sono alcuni di questi ad avere originalmente “copiato” da lui, come spesso si continua a sostenere!

D’altra parte, rifiutando il concetto proprio ai Padri e, particolarmente, a quelli greci (Dio si relaziona con il creato a partire dalle sue divine energie) non si può neppure ridurre la divinità ad un concetto filosofico di pura essenza:

«Quando Dio parlò con Mosé non disse: “Io sono l’essenza” ma “Io sono Colui che sono” [Es 3, 14]. Non è dunque Colui che è che deriva dall’essenza ma l’essenza, perché Colui che è abbraccia in se stesso tutto l’essere» (Gregorio Palamas, Triadi III, 2, 12). Per questo Dio è, per i Padri anche anteriori al Palamas (come Massimo il Confessore), persone, essenza ed energia pur essendo assolutamente e semplicemente uno.

 

L’unione di Dio e del mondo, degli intelligibili e dei sensibili, delle ragioni e delle forme, è fondata sul fattore primordiale della partecipazione. Dio e la natura sono radicalmente differenti in tale unione poiché Dio è solamente partecipato mentre la creazione partecipa ed è partecipata. Tuttavia essa non è partecipata che nella misura in cui comunica una vita qualitativamente superiore. La sua capacità di ricevere non proviene dalle proprie forze; è un dono che le viene dalla partecipazione all’Energia divina.

 Così le creature non possiedono in alcun titolo, per loro stesse, né l’essere, né la vita. Sono assicurate e ricevono l’attualizzazione e, contemporaneamente, la loro partecipazione all’Energia divina che le gratifica dell’essere, che costantemente le mantiene e le fa progredire.

È inutile insistere su tale distinzione tra partecipato e partecipante, dal momento che deriva dalla Creazione ex nihilo e non rende, per la sua partecipazione, né indipendente né autonomo il partecipante.

La partecipazione si effettua continuamente, poiché il partecipante non riceve un grado di partecipazione all’essenza del partecipato; non ha alcuna partecipazione all’Essenza divina, dal momento che ha ricevuto l’essere dal nulla. Detto diversamente, il rapporto del partecipato e del partecipante non proviene dallo sdoppiamento d’una essenza eterna, né dalla sua emanazione. Nasce dopo l’atto della Creazione che stabilisce Dio e le creature in questa dipendenza, di modo che la semplice esistenza (essere) e l’esistenza beata (benessere) delle creature sia fondata sulla presenza divina, non solo all’istante della loro genesi, ma durante il loro progresso per il loro perfezionamento[1].

Nelle Enneadi di Plotino (205-270) è formulata la teoria della comunicazione dell’essere attraverso la prima ed eterna causa, che sussiste in se stessa e resta insondabile, mentre espande l’essere e la vita in numerose ramificazioni.

Tuttavia qui manca la principale conseguenza della necessaria distinzione tra Essenza divina non partecipata ed Energia divina partecipata: si tratta di una mozione emanata dalla prima essenza dell’Uno che resta sempre uno e identico. Secondo Plotino, malgrado la loro estrema diversità, gli esseri che traggono la loro esistenza dal primo principio, alla fine non differiscono che per la loro molteplicità e il frazionamento della luce liberamente diffusa dalla prima essenza, non secondo la differenza sostanziale delle loro nature. Plotino si serve soprattutto di due rappresentazioni espressive, per esporre il modo di provenienza delle numerose nature a partire dall’unica essenza. La prima è l’immagine d’una sorgente unica, senza alcun’altra origine, che fa nascere numerosi corsi d’acqua che si ramificano e si diversificano dappertutto senza esaurire l’acqua della sorgente principale, che sempre sussiste, unica e senza cambiamenti. La seconda è la radice e le ramificazioni di una pianta. La radice è sempre una anche se distribuisce la vita in tutti i suoi prolungamenti. Naturalmente, in questo caso, non vi è che una sola essenza per l’Uno e per il molteplice. La distinzione appare solamente tra l’Uno e la molteplicità degli esseri[2]. In tal modo, tra l’essenza dell’Uno e quelle dei molteplici, non si può fare alcuna distinzione, poiché l’origine degli esseri non consiste, per i neoplatonici, in una creazione dal nulla. Conseguentemente, non è possibile stabilire una differenza tra l’essenza e l’energia dell’Uno. Si tratta di un travaso e di un’effusione dell’essenza della luce divina attraverso una divisione che si ramifica e si divide finendo per donare una forma alla vuota materia. È in questo modo che Plotino espone la partecipazione del molteplice all’essenza dell’unico, primo principio.

Massimo, che si appoggia sulla teologia patristica anteriore, insiste sulla separazione del partecipato e del partecipante dal punto di vista della creazione e sulla differenza tra la Divinità increata e la natura creata di tutte le creature. La partecipazione persegue l’opera creatrice e generatrice del progredire, provenendo incessantemente dall’Essenza divina. Senza la partecipazione non abbiamo né padronanza della creazione, né progressione, né perfetta qualificazione di ciascuna creatura che la riceve. Pure le creature spoglie di personalità che ricevono l’essere ottengono la partecipazione e, attraverso questa, conservano l’essere. Ciononostante, la loro capacità di ricevere la partecipazione è tale che non è loro possibile né manifestare né accrescere il loro benessere. Così alcune creature prendono solamente l’essere, ossia esistono semplicemente; altre, dopo la loro nascita, prendono parte alla vita e al movimento che ritorna a loro; altre ancora prendono parte alla ragione e pervengono allo sviluppo intellettuale della loro natura e, alla fine, sono deificate con la partecipazione all’Energia deificante della vita divina. Noi, dunque, riceviamo l’Energia divina della Grazia creatrice della sostanza, creatrice della vita, creatrice della sapienza e creatrice della deificazione. Gli esseri vi partecipano secondo la capacità recettiva della natura di ciascuno di essi e la sviluppano a seconda del loro acconsentimento in accordo con la realtà naturale della loro esistenza[3].

La partecipazione all’Energia divina, creatrice di vita, è il preambolo per l’esistenza beata (benessere). In seguito abbiamo la crescita della vita razionale che può esserci pure presso le creature che resistono alla grazia divina; in esse, la ragione si sviluppa separatamente, partendo dall’azione dello spirito, il quale è, dunque, estraniato dalla vita divina. Secondo gli scritti degli autori areopagiti, pure i demoni non sono allontanati dalla bontà divina, essi non solo hanno l’essere, poiché vivono, pensano e agiscono[4], ma condividono una certa parte di bene. In ogni evenienza, essi sono privati dell’esistenza beata la cui acquisizione esige una risposta libera all’offerta divina e la fruttificazione ulteriore di tutti i doni creati. Ciò significa che doni e azioni sono intimamente legati e producono la beatitudine.

Dunque la partecipazione alle Energie divine, quella che crea l’esistenza, quella che crea la vita, quella che crea la saggezza e quella che deifica, quella che accompagna una persona, può far pervenire alla perfezione e alla beatitudine. Sono solamente gli esseri dotati di personalità che possono partecipare a tutte queste energie; la loro recettività è fatta in tal maniera che essi sono capaci di perfezionare la loro relazione con la presenza divina. Questo, situa l’essere umano al sommo dell’unione della natura con Dio. Presso gli esseri che hanno personalità, pare non esserci ambiguità che la creazione, attraverso le ragioni (logoi) che accorda loro l’Energia divina creatrice, è un’immagine della Divinità Trina. Essi possiedono, sempre nei limiti della natura creata, la recettività che permette loro di somigliare a Dio e di essere messi in comunicazione con la razionalità e la perfezione della vita divina.

Su questo punto è posta in evidenza la verità del mistero delle Persone della Santa Trinità e quello della personalità degli esseri razionali. È là che la serie delle ragioni (logoi) della creazione, in vista della vita divina, trova il suo compimento e la sua espressione. La partecipazione della creazione all’Energia divina è un avanzamento progressivo, è una salita a scale, a partire dalla materia elementare e pesante, fino alle forme più elevate dei rapporti degli esseri ragionevoli con Dio, faccia a faccia; ossia questa partecipazione della creazione, ha la sua più perfetta tappa, si svolge sulla base d’una ascensione personale verso la Trinità Divina. Si potrebbe dire che tutta la creazione, in un’unione di Dio e di Tutto, sceglie come i suoi propri rappresentanti, gli esseri dotati di ragione e di personalità che giungono a prendere parte all’energia della gloria divina. La persona e la vita personale formano gli elementi principali dell’insieme della creazione, poiché essi soli conducono la creazione a una salita diretta verso la divina Trinità. In questo caso è chiaro che la relazione della creazione con il Dio trinitario non è fondata su una dialettica (come lo vorrebbe Karl Barth) ma su un incontro: Dio si manifesta alle persone che si rapportano a Lui. Attraverso questa salita, che forma la più alta partecipazione all’Energia divina, la relazione tra la creatura e Dio matura e si perfeziona.

In definitiva, non si crea una relazione statica, impersonale, pietrificata, rigida; è dinamica, personale, impulsiva, flessibile. Essa trova continuamente la sua pienezza nella perfezione della Vita in Dio.

 

Estratto e tradotto da:

Nikos A. Matsoukas, (docente presso l’Università di Tessalonica)

Il Cosmo, l’Essere umano, la Sociologia secondo Massimo il Confessore [in greco],

Edizioni Grigoris, Atene, 1980.

 

Pubblicato originariamente in: http://digilander.libero.it/ortodossia/Partecipazione_Essere.htm

 

[1] Massimo il Confessore, Capitoli sulla Carità, PG 90, 1049C: «Dio è solamente partecipato: la creatura, essa, partecipa e comunica: partecipa all’essere e al benessere, comunica solamente il benessere e la natura corporea in una maniera, l’incorporea in un’altra».

[2] Plotino, Enneadi 3, 1, 1: «Inizialmente, nell’ordine delle cose che sempre esistono, le essenze che occupano il primo posto non possono essere ricondotte ad altre cause, poiché sono le prime. Quanto alle essenze che dipendono dalle prime essenze, ammettiamo che esse ne tengano anche l’esistenza». 3, 8, 9: «Dunque, cos’è questo principio? È la potenza di tutto. Se non esistesse nulla sarebbe, neppure l’intelligenza che è la vita prima e universale. Effettivamente, ciò che sta sopra alla vita è la causa della vita. L’atto della vita, essendo in tutte le cose, non è il principio primo: deriva da questo principio come da una sorgente. Si può effettivamente rappresentare il primo principio come una sorgente che non ha altre origini che se stessa, che si riversa a onde in una moltitudine di fiumi senza essere esaurita perché li alimenta, senza pure scorrere, perché i fiumi ch’essa forma, prima di scorrere ciascuno per il suo verso confondono ancora in essa le loro acque, sapendo quali corsi essi dovranno seguire. Si immagini ancora la vita che circola in un grande albero, senza che il suo principio esca dalla radice, dove ha la sua sede, per andare a dividersi tra i rami; spandendo dappertutto una vita multipla, il loro principio rimane ciononostante in se stesso privo di ogni molteplicità essendone solamente l’origine. In questo non c’è nulla di strano». Esiste un’idea corrente secondo la quale Plotino introduce qui la sua dottrina sulla triade delle ipostasi, l’Uno, lo Spirito e l’Anima. Secondo noi si tratta di un punto di vista errato. In primo luogo il termine ipostasi presso Plotino non ha in alcun modo il significato corrispondente al termine impiegato in teologia, soprattutto nel senso forgiato dai Cappadoci. Per Plotino significa essenza. In modo che lo Spirito e l’Anima sono dei derivati che assumono il loro grado da una sola e unica essenza che non conosce mai divisione, segno distintivo della realtà sensibile. Alla fine, dopo il lavoro delle emanazioni e delle effusioni della luce, troviamo il ritorno all’Uno che è il solo ad esistere per se stesso, al di fuori di ogni alterità che rompe l’unità. Gli esempi dati precedentemente della sorgente e del fiume, della radice e della pianta, sono delle nozioni distintive che permettono di comprendere questa dottrina. Coloro che considerano la triade di Plotino cristiana, sono conseguentemente presi in trappola dalle parole che sono senza rapporto con la filosofia plotiniana. Invece, non si può negare che Plotino abbia subito un’influenza cristiana [e non il contrario! N.d.t.].

[3] Massimo il Confessore, Ambigua, PG 91, 1080 BC: «... colui che li ricapitola tutti in se stesso; lui, da cui essi hanno ricevuto l’essere e il dimorare, lui a partire dal quale sono stati fatti come essi sono, lui per il quale essi sono stati fatti, essi che dimorandone e muovendosi in lui partecipano di Dio». «In effetti tutti hanno parte al divenire che proviene da Dio, in rapporto con Dio, sia secondo lo spirito, o la parola, o la sensazione, o il movimento vitale, o la convenienza sostanziale e abituale, com’è apparso, dopo riflessione, al grande Dionigi l’Areopagita che ha rivelato le cose divine» v. DIONIGI L’AREOPAGITA, Sui nomi divini, PG 3, 697 C-700A: «Si celebra anche il bene chiamandolo luce, poiché attraverso l’immagine, si rivela il modello. Ugualmente alla bontà propria alla deità, totalmente trascendente, penetra ogni essenza, dalle più elevate e più antiche fino alle ultime, benché essa stessa dimori al di là delle essenze, poiché né le più alte non raggiungono la sua trascendenza né le più basse sfuggono al suo dominio, in modo che essa illumina tutto quanto può ricevere la sua luce, lo forgia e gli dona vita, lo conserva e lo perfeziona, essa [che] è la misura di ogni essere, la sua durata, il suo numero, la sua misura, la sua estensione, la sua causa e il suo fine. [...] È lui che concorre alla generazione dei corpi sensibili; li pone in modo da donare la vita, li completa, li purifica e li rinnova».

           Gregorio Palamas, Antiretico 5, (edizione critica di B. Phanourgakis, coll. Christou...) tomo 3, Tessalonica 1970, p. 375:

           «Gli uni partecipano alla sola energia di Dio, che è creatrice dell’essenza, pure se l’hanno interamente ricevuta da Dio da lei, ma senza partecipare all’energia creatrice di vita; gli altri hanno una partecipazione all’energia creatrice di vita ma non a quella che crea la saggezza; e ugualmente infine gli altri, per le altre forme di energia. Sono solamente gli angeli che hanno conservato la loro posizione originale, come tutti quegli esseri umani che vi attingono, attraverso la loro ascensione, agli onori soprannaturali accordati dall’alto agli esseri razionali. Sono solamente questi angeli e questi uomini che hanno ottenuto una parte dell’energia e della grazia divinizzante che emana da questa divina e ineffabile illuminazione».

           Proclo, Sulla teologia di Platone, (edizione H.D. Saffrey), p. 103:

           «Poiché colui che è degno di essere gratificato dalla bontà degli dei ed è posto in moto da essa che ha seminato tutti gli esseri e li ha continuamente spinti all’azione per una spartizione sovrabbondante di beni, da una parte lo spirito verso quello degli intelligibili, dall’altra, l’anima verso quello degli spirituali, la natura corporale, infine, verso quello dei beni fisici». Cfr. G.L. Mantzaridis, Palamitico, Tessalonica 1973, p. 246 [in greco].

[4] Dionigi l’Areopagita, Sui nomi divini, PG 3, 725B: «... ed essi [i demoni] non sono totalmente privi di bene, poiché possiedono l’esistenza, la vita, l’intelligenza ed esiste, dimorando in loro, un certo appetito [del bene]».

 

 

 

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